Città di Mendrisio

Dentro il Paese di oggi, Mendrisio com’era

di Flavio Medici

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Negli anni Cinquanta e Sessanta del ventesimo secolo, in nome del progresso, e per sottostare alle esigenze del traffico, numerose località hanno subito lacerazioni e sventramenti che hanno cancellato diversi edifici e testimonianze del passato. Anche a Mendrisio ci sono state modifiche dell’assetto urbano: il fiume Moree, che scorreva a cielo aperto, è stato incanalato in un nuovo alveo per fare spazio a una strada che collega il centro alla stazione; in piazza del Ponte alcuni edifici antichi sono stati demoliti; l’acciottolato delle vecchie strade è stato sepolto sotto l’asfalto.

Ma una larga parte del borgo appare ancora oggi come i nostri antenati l’ hanno avuta negli occhi e come la descrivono le vecchie carte. È il nucleo storico, che parte dalla chiesa di San Giovanni e arriva a un’ altra chiesa, quella dei Cappuccini. L’asse principale è formato dalle vie Stella e San Damiano e dal Corso Bello, da cui partono, come da un tronco i rami più piccoli, molte viuzze laterali. Proviamo a visitarlo, andando a piedi, che è il solo modo per vedere a fondo le cose, scoprirle o riscoprirle.

Appena avviati, è necessaria subito una sosta al complesso di San Giovanni. Ce lo consiglia l’antica lapide che si trova sulla facciata dell’oratorio della Madonna delle Grazie, con parole suadenti: “Sosta o viandante/ fatti insegnare il cammino da Maria dispensatrice di grazie/ che è la porta del cielo e la via del mondo/ Qui gli infermi troveranno la salute/ e gli affaticati riposo/ Qui vicino alla Vergine/ il sole durante il giorno non ti brucerà/ fermati dunque o pio, e libero/ e sicuro te ne andrai. L’anno del Signore 1699”. Dentro l’oratorio, tra gli stucchi seicenteschi che ornano l’altare, spicca una lunetta antica: al centro sta la Madonna, a sinistra si trova una santa che la guarda con vivo fervore ed è probabilmente santa Caterina d’Alessandria, anche se manca la ruota che allude al suo martirio, a destra san Giovanni Battista. L’affresco è stato ammirato da più di uno studioso per la pienezza plastica delle teste, per la raffinata delicatezza delle mani, per la vivacità del colore steso a tratteggio sottile e fitto. L’autore, che dimostra una grande padronanza dell’arte, è, secondo ipotesi attendibili ma non sicurissime, Giovanni da Milano.

L’oratorio della Madonna delle Grazie era un tempo la cappella di un ospizio per ammalati e pellegrini poveri, retto dagli Umiliati, e in seguito dai Serviti, che gli hanno dato progressivamente la struttura di un convento. Tutto il vasto edificio si sviluppa attorno a un chiostro, dotato di un portico di archi a pieno centro, che creano le armoniose proporzioni care al gusto rinascimentale. Oggi l’antico convento, ben restaurato, ospita il museo d’arte, che possiede una collezione permanente arricchitasi con gli anni e propone regolarmente mostre dedicate a temi e figure dell’arte locale, senza dimenticare l’attenzione ai grandi maestri dell’arte internazionale, riproposti nei loro aspetti poco noti o addirittura inediti.

Poco oltre il museo d’arte spicca la chiesa di San Giovanni, settecentesca e piacevolmente ornata. La navata ha stucchi del 1724 – 27: figure mosse di putti raffigurati con fresca naturalezza e sapienza anatomica, fronde, ghirlande, fregi, volute e cartigli creano un insieme fastoso. Più di uno sguardo merita la volta, dove Giovanni Battista Bagutti ha affrescato nel 1774 quattro medaglie che glorificano l’ordine dei Serviti, alla cui iniziativa si deve la chiesa. Con quanta abilità il pittore ha dipinto le figure che fluttuano liberamente nei cieli ed esprimono sentimenti intensi di adorazione con pose eloquenti! E i colori, cupi in basso, più chiari in alto, suggeriscono ben l’aprirsi dei cieli. In fondo alla chiesa, in una nicchia dell’altare maggiore, sta la Vergine addolorata, che i Mendrisiensi venerano intensamente e portano ogni anno in processione il Venerdì santo.

Tra la chiesa di San Giovanni e la parrocchiale il borgo appare come era nell’Ottocento: strade tortuose e strette come sentieri di montagna, case incollate le une alle altre quasi volessero difendersi, un senso di intimità propiziato dai grossi muri, appena bucati qua e là da non invadenti finestre. Varcati gli antichi portali, si scoprono le corti, alcune rustiche, altre più signorili, tutte con la loro piccola opera di arte: un loggiato, una figura sacra affrescata su un muro, un soffitto a cassettoni. Alcune case recano i nomi delle grandi famiglie che hanno dominato il borgo, i Beroldingen, i Ghiringhelli, i Rusca. Qualche altra ha una storia lunga e tormentata come, al numero 2 di via Nobili Rusca, l’edificio che è stato in un primo tempo la sede dei balivi svizzeri, quando Mendrisio non era libera, e poi, dopo che il Canton Ticino è entrato da stato sovrano nella Confederazione, è diventato vecchio pretorio e oggi è una dimora privata che conserva diverse bellezze di un tempo. Due su tutte: il cortile colonnato a pianterreno e, nei locali dell’ala più antica, alcuni soffitti lignei del Quattrocento, di cui uno, al primo piano, piacevolmente intagliato.

Distante pochi passi da queste case, umbratile e raccolta, in una piazzetta coperta da ciottoli antichi, sta la chiesa di Santa Maria, che è forse una delle due chiese possedute a Mendrisio dal convento di San Pietro di Lodi. Dell’antica struttura romanica la chiese conserva oggi solo il campanile. L’interno, a una sola navata, è di tutt’altra epoca, diranno meglio quale i restauri in corso. Sicuramente seicentesca è la cappella di San Carlo, in cui una statua di Agostino Silva raffigura il titolare che incede benedicente vestito di solenni paramenti; attorniano il suo sacro zelo due putti un po’ intimiditi. Nella stessa cappella attira lo sguardo una Madonna in lacrime (è cosa non frequente), col volto che ha una smorfia di dolore.

Dopo alcune viuzze, la strada si allarga e il visitatore arriva alla chiesa parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano, che è meglio guardare dalla piazza sottostante, per assaporarne tutta l’imponenza. Sorge infatti su una collinetta che la fa giganteggiare, ed essa stessa giganteggia per conto suo, con la facciata neoclassica: un grande porticato a tre archi imita palesemente l’arco di trionfo romano, lo sovrasta un attico provvisto di quattro cariatidi che culmina nel campanile. È neoclassico anche l’interno, con una struttura che richiama nobili precedenti antichi, come le terme romane e la basilica pretoria. E anche l’unica navata è imponente: alti basamenti reggono massicce semicolonne e culminano in una trabeazione su cui poggia l’ampia calotta della cupola.

Prima di questa parrocchiale, ne sono sorte altre due, non sul promontorio, ma sulla piazza detta del Ponte. Una era romanica, l’altra barocca, di ambedue si conserva qualche traccia dentro la parrocchiale odierna. Della prima, a sinistra dell’ingresso principale, si può vedere il fonte battesimale, che ha una vasca di marmo e un ciborio ligneo piacevolmente ornato. Della seconda le tracce sono parecchie. L’altare maggiore, prima di tutto, di legno scolpito e dorato, fastoso come un tempio barocco, con nicchie e statuine ben lavorate. Poi, nella seconda cappella a destra, la Madonna del Rosario, scolpita nel 1694 da mano ignota (ma potrebbe essere quella abile di Agostino Silva), che con premura di madre attrae a sé un bambino vivacemente animato. Le stanno attorno i misteri del Rosario, dipinti dal pittore mendrisiense Francesco Torriani negli anni 1654 – 59, dallo stile diversificato: alcuni, soprattutto i dolorosi, sono ravvivati da luci radenti che balenano su sfondi oscuri, e offrono bellissimi effetti di controluce; gli altri, i misteri gloriosi, hanno colori chiari e un po’ velati.

Sulla piazza del Ponte, che oggi attende di essere riqualificata, si trova il resto più importante di uno dei tre castelli di Mendrisio, una massiccia torre medievale di pietre appena squadrate, che reca su un muro una testimonianza ancora più antica, una lapide romana dedicata a Publio Valerio Dromone, un notabile di spicco nella regione. E notabili erano anche, a partire dal tardo Medioevo, i Torriani, che hanno abitato prima un castello posto in alto, sulla collina della torre, e poi sono scesi a cercare una dimora più sicura nel palazzo che fronteggia la torre campanaria con la sua facciata seicentesca. Varcato il portone, il visitatore trova tre corti: la più antica, ancora medievale, è il nucleo attorno al quale si è sviluppato il palazzo, e ha una muratura massiccia; le altre due, rinascimentale la prima, settecentesca la seconda, hanno aerei loggiati, ornati da preziosi parapetti. All’interno il palazzo conta 74 stanze, molte delle quali sono affrescate e una, il grande salone di rappresentanza, incanta con il suo soffitto a cassettoni, il camino in marmo d’Arzo e le vedute di città dipinte sui muri.

Lasciata la piazza, si percorre l’antica via del carrobbiello, modernizzata, oltre che nell’aspetto, anche nel nome diventato Corso Bello. Al termine della via si è accolti da una delle più fastose dimore tardobarocche del Ticino, il palazzo Pollini, che è stato eretto negli anni 1719 – 20 per volontà del conte Aurelio Torriani, è passato poi ai Confalonieri e acquistato infine dalla famiglia da cui prende il nome. Il palazzo è l’incontrastato dominatore dello spazio urbano di Mendrisio con la sua grande mole fatta di due corpi congiunti disposti ad angolo retto. Le loro facciate, in particolare quella che dà sul giardino, sono vivificate dalla grazia leggiadra del gusto rococò: balconcini in ferro battuto, volute e vasi di fiori dipinti con colori tenui attorno alle finestre, conchiglie grigie che danno rilievo ai portali.

Da Palazzo Pollini si può salire sulla collinetta dove sorge la Chiesa di San Sisinio. Questa chiesa, citata già nel Duecento, un tempo apparteneva alle famiglie Torriani e Busioni, ed è stata una parrocchia autonoma, retta dai Serviti negli anni 1451 – 77 e poi da un priore. All’interno le pareti sono ornate da affreschi neoclassici eseguiti nel 1816; più precisamente i primi, subito dopo l’ingresso, sono di Francesco Catenazzi, i successivi di Abbondio Bagutti, che ha dipinto anche il coro. La pala dell’altare maggiore, dipinta nel 1786 da Giovan Battista Bagutti, raffigura il patrono San Sisinio che, avendo rifiutato di sacrificare vittime ai pagani, sta per essere decapitato da un carnefice. Nel coro si può ammirare un presepe settecentesco acquistato dai Torriani a Monaco di Baviera nel 1856. L’opera vuole dimostrare che a molti è sfuggito quanto fosse straordinaria la nascita di Cristo; infatti, tutt’attorno all’ episodio centrale della natività, la vita quotidiana prosegue tranquilla, con le sue attività consuete ricostruite con fresca naturalezza in tante scenette.
A trecento metri da Palazzo Pollini, andando verso sud, si trova Palazzo Turconi. Sorto nel 1860 sull’area di un antico convento dei Padri Cappuccini, grazie a un lascito del conte Alfonso Turconi, il Palazzo è stato ospedale fino al 1990, quando l’ ha rimpiazzato il nuovo istituto di cura che sorge cinquanta metri più a sud. Rimasto vuoto per alcuni anni, Palazzo Turconi è ridiventato un edificio di prestigio dal 1996, quando tra le sue mura si è insediata l’Accademia di architettura. Il progettista, l’architetto Luigi Fontana, l’ ha voluto grandioso a partire dall’ampia facciata che lo impone alla vista: l’ingresso principale è sottolineato da un porticato che richiama, nella sua imponenza, un tempio greco, mentre una doppia rampa d’accesso ai lati e una scala al centro ribadiscono la solennità dell’insieme.

Ai Cappuccini, che la vollero fortemente, continua a intitolarsi la chiesa di San Francesco, situata in fondo a un scenografico viale alberato. Costruita a partire dal 1621, consacrata nel 1635, la chiesa ha una sola navata ornata di angeli in stile neogotico dipinti nel 1870 da Angelo Sala. La chiara luminosità che filtra dalle alte finestre lascia vedere più di un’opera d’arte: sull’altare maggiore, tardobarocco, una pala seicentesca raffigura due santi, Francesco d’Assisi e Carlo Borromeo, che adorano Cristo crocifisso con una devozione molto accentuata; alle pareti si possono ammirare diversi dipinti, tra i quali si impone per bellezza un Sant’Antonio da Padova di Francesco Torriani, dalle calde tinte dorate.

Al numero 2 di Largo Bernasconi, arretrata di una ventina di metri rispetto alla strada, quasi chiedesse di essere scoperta, si trova Villa Argentina, costruita negli anni 1873-74 da Antonio Croci per la famiglia Bernasconi e oggi sede amministrativa dell’Accademia di architettura. La villa ha due piani, sormontati da un attico impreziosito da una balaustra, dalla quale emerge una piccola cupola, quasi a dare ulteriore slancio alla costruzione. Questa abitazione è molto originale, perché fonde lo stile neoclassico, familiare alla tradizione italiana e ticinese, con elementi esotici, che si ispirano alle costruzioni coloniali, come l’elegante loggiato che cinge i quattro lati dell’esterno. Dietro la villa si estende un ampio parco di 30’000 mq, che è dotato di una ricca vegetazione.

Mendrisio è sempre stato un borgo industriale. Già nel Cinquecento fiorivano le cartiere, nell’Ottocento prosperavano le filande e le tipografie, nel Novecento le fabbriche di abbigliamento e con il nostro secolo hanno acquistato importanza i settori della metallurgia, della meccanica e dell’elettronica. Un tempo le industrie erano concentrate in prevalenza nella zona di Bena, a monte del nucleo storico, poi hanno lasciato progressivamente il centro abitato e si sono stabilite attorno alla stazione ferroviaria, per occupare in seguito la pianura di San Martino.

I prati hanno lasciato così il posto ai grandi capannoni, la quiete ai rumori, ma tra tanta modernità un nucleo di passato è rimasto. È la chiesetta di San Martino, situata un tempo lungo la strada romana che dall’area del Seprio, attraverso Stabio, portava a Riva San Vitale. La chiesa sorge sulle fondamenta di costruzioni precedenti, visibili nella cripta, che permettono di ricostruire la storia dell’edificio. La testimonianza più antica è la grande abside a emiciclo, appartenente a una prima chiesetta del VI-VII secolo. Ai secoli IX e X risalgono le due absidi gemelle a ferro di cavallo, che sono le tracce superstiti di una seconda chiesa. La terza, del XII-XIII secolo, già pienamente romanica, è documentata dalle due pareti laterali ancora oggi visibili all’esterno: la parete settentrionale, risalente al XII secolo, è fatta di pietre regolari, con lesene e piccoli archi in tufo, e nella monofora centrale conserva un rilievo con un’aquila che sta ghermendo una preda; quella meridionale, del XIII secolo, ha una muratura più grezza, fatta di conci rudemente squadrati che si mescolano a grossi ciottoli e a blocchi di tufo.