A Bellariva Colloqui con Mario

intervista di Stefano Verdino su Italica (RAI)

A Bellariva è stato pubblicato nell’«Annuario della Fondazione Schlesinger» del 1995, in edizione limitata e fuori commercio.Per la presente edizione sono state effettuate alcune modifiche di natura formale.

Nel Magma

“Nel Magma” è un libro di svolta radicale, certamente preparato dal precedente “Dal fondo” nel viaggio dentro l’«opera del mondo», ma in sostanza nuovissimo per le forze espressive che contiene. Mi sembra che il fattore rivoluzionario stia nel mutamento di prospettiva: qui non c’è più un io lirico a reggere il discorso, l’io diventa personaggio e si mette in scena, senza privilegi rispetto ai suoi vari antagonisti. Il verso è condotto dalla poesia stessa, che ambisce ad essere sermo merus, concrezione e voce neutra captata dal magma, nel suo immediato accadere. Per certi versi è davvero un libro-zero, dove tutto appare problematico, a partire dai margini frastagliati di accenti quotidiano-realistici e onirici, fino all’andamento diatribico ed irrisolto delle varie contese tra personaggi. L’irruzione del mondo, nel suo quotidiano, da un lato consente un vario rendiconto della prostrazione ed umiliazione dell’umano, nelle sue diverse crisi (in particolare la crisi della politica in “Presso il Bisenzio”; la crisi dell’autenticità in “Tra notte e giorno”; la crisi dell’intimità e della coppia in tanti altri testi); dall’altro ci porta il soccorso di varie epifanie della beatrice (penso a “Ménage”), intese come aperture al trascendente, oltre e nonostante l’esperienza del torpore e dell’inerzia, che tanto sostanzia il libro. Per chiudere in una sigla dantesca, si potrebbe forse dire che ciò che sembra un irrimediabile limbo, è in realtà una esperienza del purgatorio.

Un elemento che salta agli occhi è un più scoperto dantismo della raccolta: la struttura narrativo-dialogica, il colore cinereo purgatoriale, la «gora» iniziale, i vari richiami a Brunetto e Forese. Perché questo più aperto dantismo: è il bisogno di un richiamo a una poesia frontale, calata nel «magma» della realtà?

E’ proprio questo, la desistenza dell’io come autorità pone tutto in fase di ricerca. Il modello del lirismo tradizionale non aveva più senso, mentre il convivere e contrastarsi di personaggi, di menti e di sensibilità che c’è in Dante mi era molto congeniale. Se quel mio scritto sull’inferno e il limbo ha avuto un seguito l’ha avuto qui. Non è un mondo di dannati, ma di gente sospesa e disorientata; il valore etico è purgatoriale, ma la realtà ha colori decisamente infernali.

Come mai l’umile Bisenzio, invece del più consueto Arno? E’ un fiume-non fiume, la sua immagine degradata in «gora»? Si possono mettere meglio a fuoco i due tuoi interlocutori antagonisti” Chi sono questi uomini della resistenza”

E’ il fiume della zona industriale e d’aspetto un po’ deprimente, dove i contrasti dell’impegno politico di Sinistra sono più netti. In particolare allora c’erano giovani, in certo senso provocatori, che chiedevano di schierarsi e partecipare politicamente.

Un motivo nuovo del “Magma” è l’affiorare della consapevolezza del vuoto storico, della «mancanza umiliante della lotta», vale a dire del depotenziamento dell’agire umano, inadeguato alla forza di cose ed eventi. Per tutto il libro si scandisce una lentezza ed un torpore, a volte una minacciosa degradazione, cui contrastano varie immagini numinose e di grazia. Ma il rendiconto del torpore è ciò che mi affascina sempre di più a rileggere questo testo, per l’acume profetico delle stagioni tanto disgregate dell’umano che tutti sperimentiamo sempre più. E’ una poesia, quella del “Magma”, che è sempre più vicina, man mano che il tempo scorre ci offre sempre più intelligenza della nostra condizione. Forse è il tuo testo, che più sente, trattiene e prefigura un clima sociale. Quale era il tuo animo mentre scrivevi? Come si compiva dentro di te questa rivoluzione del tuo dire?

Io sentivo il bisogno di dare una rappresentazione al tempo; in fondo noi abbiamo registrato varie situazioni individuali, ma non vedevo un quadro generale. Sentivo questo bisogno, ma come ci sono entrato? Le prime due poesie scritte sono il “Bisenzio” e “Nel caffè”. Ci sono entrato quasi oniricamente, a un certo punto sentii una dimensione del linguaggio che si apriva ed allora ho seguito, molto sorpreso io stesso, finché‚ non sentii la musica nuova che c’è in questo libro, che non è solo prosastico come è stato scritto.

Tra le cliniche: “che cosa si presuppone”?

La malattia mi pare presente, non biograficamente; più volte visitando persone a Careggi, vidi la città dei malati che ha un suo mondo e la sua legge. Anche lì con aspirazione a qualcosa che non si realizza.

“Nel caffè” rievochi tuo cognato Carlo Monaci, fratello di tua moglie, mi confidasti una volta, operato di cancro («forato nella gola»): ma come per tua madre, la poesia supera i suoi contorni elegiaci, per essere conoscenza; in particolare tuo cognato appare riconciliato con le cose, ma forse lo è fin troppo, anche con il loro avvilimento?

Gli ho dato una dolcezza che aveva acquistato. Ed era una cosa molto bella, sdrammatizzava contrasti ed anche la sua situazione di morente.

L’amore, in una sua varia contesa, tra complessi di colpa, difficoltà, visioni beatifiche ha una sua varia importanza nel libro. Da un lato ci sono le figure femminili: mi sembra di poterne individuare tre: a) la donna platonica di “D’intesa” e “Prima di sera”; b) la donna di grazia di “Ménage”, “Terrazza”, “L’India” (che si svolge in un cinema); c) la donna disamata di “In due”, la cui vicenda è specularmente leggibile in “L’uno e l’altro”. Sono aspetti verosimili, che concretano nel “Magma” il discorso sul femminile, da sempre presente, ed anticipano le figurazioni molteplici, dal positivo al negativo (o meglio all’umiliazione) della donna nelle raccolte più recenti. Ma chi sono queste donne?

E’ un po’ anche il purgatorio della donna ed anche questo rapporto soffre di questa incoerenza dell’umano; c’è sempre comunque il desiderio di una sua presenza salvifica. La prima donna è un po’ la Franca [Bacchiega], ma potrebbe essere anche la Cristina Campo. La Franca non l’ha conosciuta, ma sostiene di averla sognata ed avere avuto dei messaggi. Anche “Ménage” fa riferimento alla Franca.

Nel “Magma” ci sono vari interlocutori maschili, spesso antagonisti di varia forza; oltre i citati del “Bisenzio”, vi è il teso scontro di “Bureau”, quello ideologico di “Nella hall”, l’accusa di tipo privato del “Giudice”, il viso servo e ghiotto del compagno addormentato in “Tra notte e giorno”, infine il pretonzolo di “Tra quattro mura”. Qui si incentra la contesa umana, che sfocerà nei drammi, penso. Come mai tanta durezza, se pur sofferta?

Dove c’è scontro, è con il tipo umano che è agguerrito nella sua misura di “praticone”, ed è un’accusa contro di me che sembro non impegnato nelle cose. Questi sono tutto quello che non sono e mi è stato rimproverato di non essere. Il pretonzolo è uno che ha una visione onesta ma angusta.

Tu metti in scena il personaggio di te stesso e ti rappresenti senza privilegi, equiparato agli altri, nemmeno molto cordiale e simpatico, ti esibisci prigioniero del tuo io e i vari scontri-incontri sono come delle ferite-aperture per il superamento della prospettiva dell’io lirico. E’ un punto capitale del libro e della poesia del ’900, mi pare, anticipato, tematicamente, più che stilisticamente, dal “Fondo”. Anche qui nel distacco poeta-personaggio si vede una funzione dantesca, nella ricerca di una pluralità di voci, capace di captare meglio il magma?

Perfetto. Nasce una scissione interna allo scrittore e nasce una presenza umana del tutto metamorfica che non è più al servizio di un io lirico e despota del testo.

E’ evidente che c’è un tuo vissuto, con tante specificazioni di tempi e luoghi; mi sembra che da un lato il movente biografico sia necessario come maggiore incontro con il magma, fuori del tuo privilegio intellettuale; dall’altro che esso diventi paradigma e mai confessione.

Io posso anche abusare di questi ricorsi biografici, perché non sono più interni allo scrittore, ma fanno parte della commedia umana.

“L’uno e l’altro” finisce quasi visionariamente: «mi striscia davanti un’ombra o una coda di opossum»; puoi dirmi qualcosa di più?

E’ un richiamo al mondo oscuro della natura, al mistero biologico presente nel mondo. La natura ha una energia che passa nella nostra vita; è un motivo quasi unificante, però oscuro.

In “Ménage” il grido «vitreo» dei bambini?

Nell’inverno sembra che le voci si raggelino e diventino una specie di strazio, verso sera. In questo vitreo c’è la stagione e l’ora, il declino del giorno.

“In Terrazza” «l’animale leggiadro e ambiguo» è la donna?

Sì.

“Dopo la festa” ha una specifica motivazione?

E’ un po’ quel “demimonde” che ha anche qualcosa di patetico e di ambiguo.

Da quanto si è discorso mi pare che il libro abbia anche questa novità importante: non è una raccolta di versi, ma un libro di poesia. Le varie poesie hanno reciproci collegamenti e si organizzano in figure del poema, costituendo la doppia matrice della gemmazione da un lato della successiva poematicità, dall’altro della necessità drammaturgica. Ci sono così immagini ricorrenti: gli occhi che non vedono ad esempio o vedono il vuoto…

Anche questo è detto benissimo.

Come tipo di struttura “Nel Magma” è unico; in fondo ci sono continuità strutturali tra le altre tue opere; invece “Nel Magma” è unico e solo. Perché?

E’ vero che ha questa irripetibilità, essendo per altro matrice del resto. Io mi sono poi spostato su considerazioni più costanti di tipo più speculativo; è difficile spiegare l’irripetibilità; qui ho esaurito la ricognizione sul presente, che poi non ho dismesso ma ho spostato su altra scala, come capita nei “Fondamenti”.

Mi ha sempre stupito il grande rinnovamento di lingua e ritmo del “Magma”; anche perché penso sia stato difficile cassare una stilistica tanto collaudata e apprezzata quale era il tuo precedente modo, così mirante all’alto e alla grazia. Come hai proceduto? In che modo hai avvertito la nascita del sermo merus e del suo ritmo, che frantuma (non spegnendola) la tua sapienza d’uso dell’endecasillabo?

Ti ho già in parte risposto prima. Ero preso molto da questa cosa e scrissi rapidamente come per “La barca”, fui trascinato da questa nuova scrittura, non fu tormentata. Avevo rotto lo schema predeterminato e questo mi facilitava: trovavo la forma facendola; non c’era più una forma platonica, ma una forma teleologica. Anzi trovato questo filone, rischiava di diventare una modalità. Feci le “Postille” ma capii che poteva diventare una modalità e scadere.